venerdì 11 aprile 2008

PER CHI CREDE ANCORA CHE I PROGRAMMI DI PDL E PD SIANO IDENTICI

In queste settimane di campagna elettorale, a qualcuno è sembrato strano sentirmi ripetere spesso che la salvezza non viene dalla politica. Eppure è proprio così. Non è la politica che può rispondere ai desideri dell’uomo. Questa risposta invece la si incontra nella realtà, impegnando la propria libertà nella realtà.
In questa dinamica, la politica è importantissima perché ha due possibilità: o mortifica il desiderio dell’uomo e si pone come unica risposta ai desideri oppure crea un assetto sociale che facilita la possibilità per l’uomo di impegnare il proprio desiderio nella realtà.
Tra queste due impostazioni c’è un abisso, anche se apparentemente possono generare programmi che si assomigliano, come si sente ripetere frequentemente a proposito di Pdl e Pd.
Che invece tra i due programmi ci sia una differenza sostanziale, lo si capisce ad esempio dalle sfumature o dal modo in cui si intende arrivare a certi obiettivi: uno parte dalla convinzione che l’uomo può fare il bene, l’altro parte dalla convinzione che ciò che fa l’uomo è male e che quindi solo la politica può essere la risposta. Quest’ultima concezione si legge in filigrana nel programma del Pd, ma già è emerso con evidenza nei due anni del Governo Prodi. Sul fronte delle imprese, ad esempio, le politiche messe in atto dall’ultimo Governo rivelano una concezione per cui chi fa impresa è un truffatore e chi assume è uno sfruttatore. Da questa concezione nasce il recente provvedimento che impone a chi si vuole dimettere di recarsi dai sindacati: chi crea queste leggi lo fa perché è convinto che dietro tutte le dimissioni ci sono padroni cattivi.
Se oggi l’economia italiana si trova in una fase critica lo si deve anche alle ultime due finanziarie che hanno sottratto i soldi e le risorse che servivano alle famiglie per arrivare a fine mese, e alle imprese per creare sviluppo e occupazione. Sono arrivati addirittura a rendere indeducibili il 70 % degli oneri finanziari, così le aziende dovranno versare le tasse anche sugli interessi che pagano alle banche.
Come si può, invece, creare un assetto sociale che faciliti un impegno del proprio desiderio con la realtà? Occorre innanzitutto favorire i soggetti e le realtà in cui questo già avviene.
Faccio qualche esempio. Se avessimo la scuola migliore del mondo, potremmo essere garantiti sul fatto che gli insegnanti abbiamo un passione educativa per i nostri figli? No.
Però il sostegno alle scuole libere ci permette di scegliere quelle dove troviamo questa passione educativa, e questo genera un circolo virtuoso dato che valorizzando gli esempi positivi in qualche modo si costringe anche gli altri a migliorarsi.
Il 5x1.000 che consente di sostenere le opere non profit è un altro esempio di come la sussidiarietà permetta di riconoscere e valorizzare ciò che nasce dal popolo. Il Pdl chiede la stabilizzazione del 5x1.000 per evitare le incertezze in cui si è mosso sino ad oggi.
E ancora: il quoziente famigliare. Perché chi produce ricchezza per questo paese mettendo al mondo figli e quindi scommettendo sul futuro, non deve essere aiutato? Noi abbiamo inserito il quoziente famigliare nel nostro programma, mentre molti esponenti del Pd si sono espresse in senso nettamente contrario.
Programmi identici? Forse in apparenza. Ma basta grattare un poco la superficie…

giovedì 10 aprile 2008

ANCHE NELLE IMPRESE C’E’ UN’EMERGENZA EDUCATIVA

Da venerdì 4 aprile, Compagnia delle Opere ha un nuovo presidente: Bernhard Scholz, 51 anni, consulente di direzione e responsabile della Scuola d’Impresa della Fondazione per la Sussidiarietà.
Per Compagnia delle Opere, che ho avuto l’onore di guidare dal 2003 sino a pochi giorni fa, si apre un nuovo capitolo.
Sono certo che Bernhard, a cui mi lega un rapporto di amicizia e di sincera stima, saprà farsi apprezzare per le sue grandissime doti umane e professionali. E credo che queste doti possano essere di grande aiuto al mondo dell’impresa nel particolare frangente in cui ci troviamo.
In questo momento il problema delle imprese italiane non sta nelle risorse economiche (quelle ci sono, anche se troppo spesso prendono altre strade…), ma è la tenuta dell’imprenditore stesso. Una tenuta innanzitutto umana.
L’emergenza educativa che tocca il nostro Paese riguarda tutti; imprenditori compresi.
In un contesto caratterizzato da ostilità esterne (fisco, burocrazia…) e dalla tentazione di sostituire il rischio del “fare” con le lusinghe che arrivano dal mondo finanziario, gli imprenditori hanno la necessità di riscoprire il valore della loro sfida personale e del loro ruolo sociale. L’impresa, soprattutto le piccole e le piccolissime che costituiscono la quasi totalità del tessuto economico italiano, ha assoluta necessità di essere accompagnata in un lavoro culturale e di giudizio sulla sua stessa natura e sul suo scopo.
Credo che la nomina di un presidente con caratteristiche come quelle di Bernhard Scholz sia per Compagnia delle Opere e per i suoi associati la miglior garanzia di un affondo su questi temi che anche nei prossimi anni saranno decisivi per il nostro Paese.
Da parte mia continuerò la stessa battaglia in un’altra forma, cercando soprattutto di fare in modo che la politica si accorga della straordinaria ricchezza che c’è in questo popolo operoso e ne sostenga l’iniziativa secondo un’impostazione realmente sussidiaria: valorizzare quel che c’è e che già si pone come fattore di costruzione del bene comune.

martedì 8 aprile 2008

NEMICI DELLA FAMIGLIA, NEMICI DEL PAESE

In queste settimane di campagna elettorale, mi è capitato di confrontarmi con altri candidati sui programmi a sostegno delle famiglie. E spesso ho trovato un’incomprensibile indifferenza se non addirittura un’ostilità manifesta verso il tema del quoziente famigliare. Per noi invece il quoziente famigliare è un punto qualificante del programma. E lo è perché si tratta di un fattore elementare di giustizia sociale.
Per chi non lo sapesse, il quoziente famigliare è un sistema per cui il reddito complessivo dei membri della famiglia viene diviso per il numero dei suoi componenti in modo, che chi deve mantenere dei figli possa pagare meno tasse rispetto a chi non ne ha.
Eppure c’è ancora chi si rifiuta di riconoscere il valore e la bontà di questo sistema, e si ostina a considerando unicamente il reddito complessivo indipendentemente dal numero di persone che con quel reddito devono campare: così secondo taluni “illuminati” una famiglia di 6 persone con un reddito di 40 mila euro sarebbe più ricca di un single con un reddito di 30 mila euro.
Verrebbe da pensare che chi ragiona così ha un unico problema: quello di non saper fare le divisioni. Sarebbe bello crederlo, ma non è così. Purtroppo c’è qualcosa di più grave.
Sotto sotto c’è la convinzione che fare figli sia un lusso. Qualcuno lo aveva pure dichiarato: “Il primo figlio è un diritto, il secondo è un lusso”. E come tutti i lussi non vanno sostenuti, ma tassati.
Ma la procreazione non è una concessione dello Stato, è una libertà, è un atto d’amore gratuito che solo i regimi più autoritari e dispotici ritengono di poter sottomettere alle loro leggi e ai loro divieti.
E a questa evidenza elementare potremmo anche aggiungere considerazioni legate al naturale sviluppo della società e delle nazioni. L’Italia, ad esempio, sta invecchiando, e così si sta impoverendo. I nostri figli sono una ricchezza non solo per i genitori, ma per tutto il Paese che altrimenti non avrebbe nemmeno forze ed energie fresche e nuove per sostenere il suo sviluppo. I nostri figli sono una ricchezza per tutti. Solo un’ideologia nemica della persona e quindi della famiglia, può arrivare ad essere così ottusamente ostile alle nuove generazioni e a chi mette al mondo nuovi uomini e donne.
Tutt’altro esempio arriva - anche in questo campo - dalla Regione Lombardia che negli ultimi anni ha dimostrato come la famiglia possa essere promossa e aiutata in diversi campi (la sanità, la scuola, il lavoro…) con provvedimenti innovativi che sostenendo oggi i sacrifici di chi ha molti figli preparano il terreno per il benessere futuro di tutti.

giovedì 3 aprile 2008

MENO BUROCRAZIA PER LIBERARE LE ENERGIE DI CHI VUOLE FARE IMPRESA

Oggi, leggendo i quotidiani, mi hanno colpito due articoli: il primo sull’edizione milanese del Giorno e il secondo su Libero Mercato. Entrambi spiegavano l’importanza della semplificazione delle procedure burocratiche per aprire un’impresa e per iniziare l’attività.
Il Giorno raccontava l’esperienza di un imprenditore di Faenza che è riuscito a creare un’impresa edile individuale in soli 52 minuti, grazie al fatto che la città romagnola fa parte delle 10 città-pilota che stanno sperimentando la procedura della cosiddetta Comunicazione Unica. Uno snellimento della burocrazia e un’informatizzazione delle procedure che garantiscono un notevole risparmio di tempo e una sensibile riduzione dei costi.
Libero Mercato invece racconta che in Svizzera, nei Grigioni, gli iter previsti per l’apertura di un’impresa si possono iniziare addirittura dopo averla aperta, invece che prima. Inoltre sono previste agevolazioni fiscali, che spesso si protraggono fino a 10 anni, e procedure di costituzione della società a costi minimi.
E in Italia? Per iniziare un’attività ci vogliono da 3 a 11 mesi, e occorrono mediamente 68 autorizzazioni. Siamo al 53simo posto su 178 nazioni nella classifica sulla facilità di aprire un’impresa. Siamo più lenti persino del Botswana, della Romania e di Tonga. E’ un assurdo. Chi avvia un’attività crea occupazione e ricchezza per sé e per tutti. Mettergli i bastoni tra le ruote è autolesionismo. Ma questo atteggiamento nasce da una cultura, diffusa soprattutto a sinistra, che guarda l’imprenditore come ad un potenziale truffatore e a un limone da spremere.
E’ importante che il prossimo Governo si impegni a togliere quella serie di lacci che ostacolano l’inizio dell’impresa. Ostacoli che penalizzano largamente l’imprenditoria italiana, che ha sempre dimostrato una vivacità straordinaria, rappresentando la vera ricchezza del Paese.

martedì 1 aprile 2008

PREMANA E IL LECCHESE, ESEMPI DI UNA RICCHEZZA CHE NASCE DALLA NOSTRA GENTE

I cinque anni che ho trascorso in Compagnia delle Opere sono stati un’occasione straordinaria di entrare in contatto diretto con i veri protagonisti del tessuto economico italiano: gli imprenditori, soprattutto i piccoli imprenditori, quelli che – pur trascurati dalle grandi cronache e molto spesso anche dalla preoccupazioni di chi decide le politiche del Paese – creano occupazione e ricchezza, sostengono lo sviluppo, e portano nel mondo il valore della nostra capacità di intrapresa.
Anche in questi giorni di incontri con le realtà, le opere e la gente della circoscrizione in cui sono candidato (Lombardia 2, ovvero la fascia settentrionale della Regione) mi capita spesso di incontrare imprenditori e aziende straordinarie. Venerdì scorso sono tornato volentieri nel lecchese, una terra straordinaria dove avendo insegnato per diversi anni Management dell’innovazione nel Polo locale del Politecnico, ho potuto conoscere in profondità il tessuto della ricerca, quello produttivo, e quello delle realtà non profit.
Queste zone sono ricche di aziende che negli anni scorsi hanno investito in ricerca e innovazione, e oggi si trovano più forti e competitive di chi aveva scelto di delocalizzare nell’est europeo per ridurre i costi.
Un esempio che sintetizza tutto il valore di questa imprenditoria è quello della Premax: tante imprese di un distretto storico come quello di Premana, svantaggiato dal punto di vista delle infrastrutture, sono state capaci di mettersi insieme per affrontare la sfida dei mercati interno ed esteri, basandosi sulla qualità del proprio capitale umano. In questi anni difficili, il fatturato di tale distretto è cresciuto costantemente. E pensare che c’era chi ne pronosticava un rapido e ineluttabile declino. Innovazione, rete tra imprese, valorizzazione del capitale umano, internazionalizzazione: questi i principali ingredienti del successo non solo di un’azienda, ma di tutto questo territorio che può contare anche sulla qualità dell’istruzione, dalla scuola dell’obbligo fino alle superiori: in questi anni a Lecco e nella provincia, molti genitori che hanno a cuore innanzitutto l’educazione dei loro figli hanno dato vita a scuole nuove o sono subentrati a realtà educative che lasciavano il territorio.
Di fronte a tutto ciò appare evidente quale sia il vero ruolo della politica: sostenere una creatività, una libera iniziativa che sono già in atto, che sono già esperienze concrete di cambiamento. Mettersi al servizio di ciò che nasce dalla società. In una parola: una vera politica di sussidiarietà.