Oggi, leggendo i quotidiani, mi hanno colpito due articoli: il primo sull’edizione milanese del Giorno e il secondo su Libero Mercato. Entrambi spiegavano l’importanza della semplificazione delle procedure burocratiche per aprire un’impresa e per iniziare l’attività.
Il Giorno raccontava l’esperienza di un imprenditore di Faenza che è riuscito a creare un’impresa edile individuale in soli 52 minuti, grazie al fatto che la città romagnola fa parte delle 10 città-pilota che stanno sperimentando la procedura della cosiddetta Comunicazione Unica. Uno snellimento della burocrazia e un’informatizzazione delle procedure che garantiscono un notevole risparmio di tempo e una sensibile riduzione dei costi.
Libero Mercato invece racconta che in Svizzera, nei Grigioni, gli iter previsti per l’apertura di un’impresa si possono iniziare addirittura dopo averla aperta, invece che prima. Inoltre sono previste agevolazioni fiscali, che spesso si protraggono fino a 10 anni, e procedure di costituzione della società a costi minimi.
E in Italia? Per iniziare un’attività ci vogliono da 3 a 11 mesi, e occorrono mediamente 68 autorizzazioni. Siamo al 53simo posto su 178 nazioni nella classifica sulla facilità di aprire un’impresa. Siamo più lenti persino del Botswana, della Romania e di Tonga. E’ un assurdo. Chi avvia un’attività crea occupazione e ricchezza per sé e per tutti. Mettergli i bastoni tra le ruote è autolesionismo. Ma questo atteggiamento nasce da una cultura, diffusa soprattutto a sinistra, che guarda l’imprenditore come ad un potenziale truffatore e a un limone da spremere.
E’ importante che il prossimo Governo si impegni a togliere quella serie di lacci che ostacolano l’inizio dell’impresa. Ostacoli che penalizzano largamente l’imprenditoria italiana, che ha sempre dimostrato una vivacità straordinaria, rappresentando la vera ricchezza del Paese.
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